Villa di Chiavenna: cenni storici

Tra Alpi lombarde e Grigioni

La val Bregaglia è nel cuore delle Alpi Retiche. Il profondo solco, scavato e modellato dai ghiacciai nel corso delle ere geologiche, corre parallelo allo spartiacque che delimita il bacino idrografico del Po dall'Oltralpe. Da Chiavenna sale ai valichi del Sèttimo e del Maloja. Il primo porta nella regione del Reno, mentre l'altro si apre sull'Engadina, la valle dell'Inn, uno degli affluenti del Danubio. Varcata la soglia alpina e superati i laghetti di Maloggia e di Sils, si arriva a Silvaplana, un paesino che reca un nome tipicamente latino. Per andare a Coira, da qui ci si inerpicava verso il passo del Giulia (Julierpass). Oltre il varco, si scende il versante per ritrovare a Bivio la strada che saliva dalla Bregaglia attraverso il Settimo.
Lasciamo le vette e i passi per tornare a Chiavenna, da dove siamo partiti e da dove si scende al lago di Como, che è la via naturale per la pianura padana. Per la Bregaglia, la sua posizione geografica determinò le fortune e le sventure di coloro che vi abitarono. Fu una via facile tra i due versanti delle Alpi per i mercanti, ma fu anche un corridoio conteso per farci transitare gli eserciti. Che fosse strategicamente interessante lo si desume anche dall'Itinerario di Antonino, dove alla strada per il passo dello Spluga si affianca quella del Settimo. Sono indicate le tappe da Coira a Milano, passando per Como: Curia - Tinetione (Tinizong) - Muro (Castelmuro) - Summo Lacu (Samolaco). Era qui l'approdo più settentrionale per le imbarcazioni che percorrevano il Lario. Si preferiva il percorso sul lago a quello per terra che correva lungo la sponda occidentale dello stesso. Da Samolaco, salendo verso i valichi alpini, si attraversava la breve pianura che i torrenti avevano sottratto alla propaggine del lago che in tempi remoti doveva sospingersi fino dove ora è Chiavenna. Da qui si poteva proseguire sia risalendo direttamente la valle che si attesta al passo dello Spluga, sia deviando a destra per la Bregaglia.
Nei secoli, eserciti e commercianti preferirono, di volta in volta, una via all'altra. La scelta era condizionata sia dalle situazioni contingenti dell'andamento stagionale, sia dalle politiche delle potenze che controllavano i valichi alpini. La partita nel Cinquecento fu vinta dallo Spluga, che verrà a sua volta messo all'angolo dal Gottardo nell'Ottocento.
La Bregaglia, come la valle del Liro, era già abitata stabilmente o almeno frequentata in tempi remoti, come testimoniano i numerosi reperti archeologici: coppelle scavate in massi erratici e rocce, selci e asce votive.
Una splendida spada in bronzo, con impugnatura ad antenne, che gli studiosi dicono del tipo di Weltenburg, ora esposta nel Museo della Valchiavenna, sarebbe stata rinvenuta alcuni anni fa a Villa di Chiavenna. Poteva far parte del corredo di una tomba.
Il "grande buio che si estende sulla vita più antica delle nostre valli, che escono poco avanti il Mille nella piena luce della storia - diceva Albino Garzetti in una conferenza tenuta a Tirano nella primavera del 1965 - è percorso solo di tanto in tanto da qualche lampo di conoscenza positiva in quanto fondata su testimonianze concrete, cioè su documenti". Il primo documento scritto sulla Bregaglia è la tavola di bronzo trovata a Cles, in Trentino. Vi si legge un invito ai vari commissari imperiali, dal tempo di Tiberio a quello di Claudio, per risolvere controversie che si erano incancrenite tra Comaschi e "Bergalei".

Uno degli insediamenti più antichi nella valle, quasi alle porte di Chiavenna, era Piuro. Sorgeva dove le sponde della valle si scostano in una breve piana, in una conca abbastanza riparata, ai piedi delle imponenti cascate dell'Acqua Fraggia. Il torrente che scende da Lago, sotto Savogno, si rompe in una serie di cascate, prima di scorrere con un ritmo meno vorticoso per confondere le sue acque con quelle della Mera. Dal fondovalle si ammira solo l'ultimo salto, intravedendo appena il precedente, che non è l'unico a monte.
Il nome del paese figura la prima volta nel 973 come "Prore". Questo toponimo compare più volte nei documenti dei due secoli successivi, ma a partire dalla seconda metà dell'undicesimo secolo si trova anche "Plurium". Questa denominazione prevarrà, mandando nel dimenticatoio la precedente. In quegli anni anche il fiume che percorre la valle era chiamato "Màira", invece che Mera. In Svizzera hanno conservato l'antico nome per il corso d'acqua che nasce nella valle Maróz che è a monte di Casaccia. Alcuni scrittori tra Cinque e Seicento, che si copiarono a vicenda, cercarono di spiegare il nome di Piuro e si impegolarono nel ginepraio dell'etimologia. Secondo loro Piuro verrebbe dalla parola latina "plorare", che si rende in italiano con "piangere". A sostegno della loro dotta elucubrazione portarono un'antica leggenda. Non so se abbia gambe per camminare. Poco importa. Si raccontava che a monte, verso l'attuale frazione di S. Croce, sempre sul fondovalle e in prossimità del fiume, c'era un villaggio che una frana o un'alluvione cancellò. I superstiti piansero i loro morti, si disperarono per i beni che avevano perso e ricostruirono le case più a valle, dove Piuro divenne un paese importante prima di essere travolto dalla frana del 1618. Lo storico grigione Fortunato Sprecher, che doveva essere un'ottima persona e che fu tra l'altro commissario a Chiavenna nel biennio 1617-8, appunta che l'evento apocalittico capitò nell'ottavo secolo. Poveretto lui, perché fu spettatore della distruzione di Piuro del 1618. Allora gli toccò il compito sgradito, che svolse con molto tatto, di coordinare i soccorsi, che a poco approdarono. Era scesa una fetta di montagna e a nulla valse la sua buona volontà: dovette accontentarsi di contare i morti.
Altri autori, nel Seicento, si sbizzarrirono nella ricerca di altre spiegazioni del nome. Ci fu chi, a briglie sciolte, lo collegò a "più rivoli", riferendosi ai vari torrentelli che normalmente scorrono a mo' di ruscello e che poi, quando si arrabbiano, durante le piogge torrenziali, diventano pericolosi. Gli abitanti chiamavano il loro paese "Piür"; parola tronca, con tanto di accento sulla "ü". Ma quel villaggio non esiste più. Resta solo il nome con cui si chiama uno dei tanti comuni dell'attuale provincia di Sondrio. Nell'undicesimo secolo Piuro, tutta la Bregaglia inferiore, la valle di San Giacomo e i territori di Mese e di Prata, facevano parte del comune di Chiavenna. Le popolazioni dei villaggi periferici avevano propri rappresentanti nell'amministrazione del comune, ma il loro peso era marginale rispetto a quello del capoluogo. Gli interessi economici e i criteri di suddivisione degli oneri comuni fecero litigare i piuraschi con gli abitanti di Chiavenna, alla cui egemonia volevano sottrarsi. Tanto si fece che si arrivò alla separazione delle due comunità. Così nacque il nuovo comune che esercitava il suo potere dal torrente della Pluviosa fino a Lovero, cioè su tutta la bassa Bregaglia. L'altra parte dipendeva dal vescovo di Coira, che era signore temporale e autorità religiosa a monte del Lovero. Pochi anni prima della separazione, nel 1156, i consoli chiavennaschi e piuraschi avevano fatto eseguire il fonte in pietra ollare dove, due volte l'anno, in occasione del sabato santo e della pentecoste, si amministrava il sacramento del battesimo ai bambini di tutta la pieve.
Tra le figure a mezzo rilievo scolpite sul vaso ricavato da un unico blocco di pietra, tra il nobile a cavallo con il falco per la caccia e l'artigiano che forgia all'incudine il ferro rovente, forse è rappresentato anche il "vicino", che era il proprietario di terre allodiali nei paesi del contado, come dovevano essere i piuraschi. Nel Duecento, durante le lotte tra guelfi e ghibellini, vennero rovinati a Piuro i castelli di Scilano e di Ponteggia. Sempre a Piuro in quel periodo giunse da Vertemate un Ruggero. Nel borgo bregagliotto egli si trovò tanto a suo agio da appendere il cappello, come si usa dire. Concluso l'incarico che gli era stato dato, non tornò tra le colline brianzole, ma restò tra le montagne e mise radici. I denari, o per la carica pubblica che aveva ricoperto o per l'astuzia commerciale o per beni di famiglia, non mancavano. Tra i potenti si trovava a suo agio. Giovannolo, che doveva essere suo nipote, nel 1328 ospitava la moglie di Ludovico il Bavaro. Lei sostò in casa Vertemate, mentre era in viaggio per raggiungere il marito che era tutto preso dalle intricate vicende italiane e che si apprestava a farsi incoronare re a Milano e imperatore a Roma.
Un documento del 1356 ci dà un quadro del borgo di Piuro, fornendo notizie sull'assetto urbanistico, sulle famiglie che vi abitavano, sull'economia e sulla toponomastica. I casati che contavano erano quelli dei Beccaria, dei Lumaga, dei Mora, degli Scandolera e, ovvio, dei Vertemate. Queste famiglie, come altre in seguito, seppero trarre vantaggio dalla posizione geografica e dalle risorse del loro paese. L'agiatezza non veniva certamente dalla coltivazione della terra, che era anche allora avara di frutti, né dalla pastorizia o dall'allevamento di quei pochi capi di bestiame che potevano contare su scarso foraggio. La ricchezza veniva dal commercio praticato in paese e, in seguito, anche sulle principali piazze europee. Derivava inoltre dai diritti che si riscuotevano sulle merci che transitavano sia verso il passo del Sèttimo, sia da questo verso Chiavenna e il lago di Como. Il Sèttimo, per motivi politici, era stato privilegiato sugli altri valichi del settore centrale delle Alpi. Nel 1387 si era deciso di allargare la sede stradale per consentire il transito di carri che potessero trasportare fino a trentasei rubbi, massa corrispondente a circa trecento kilogrammi.
Il documento del 1356 permette di farsi un'idea di come doveva essere Piuro allora. La struttura del paese si incentra sulla piazza del mercato, sulla quale si affacciano le case degli Arnuta, dei Beccaria, dei Castanate.

Poco lontano vi era un torchio e un mulino. Sono ricordate anche le case di Scilano, dove c'era una chiesa dedicata a S. Giovanni Battista, di Termineda, dei Lombardi, di Pollino e di Saleggio con la chiesa di S. Maria. Le contrade erano contornate e intercalate da vigne, prati, campi, selve e orti. Parrebbe un quadro bucolico: si coltivavano la vite, i cereali quali la segale, il miglio, il panico, l'orzo e il frumento. Si raccoglievano le castagne che erano essenziali nell'alimentazione della gente, e in particolare della povera gente. Le caravelle di Colombo non avevano ancora solcato l'oceano e non si conoscevano le patate, che tante vite umane salvarono nella vecchia Europa, né la polenta che è oggi un piatto ricercato, ma che in un passato non tanto remoto era il cibo "principe" della prima colazione, della seconda e della cena.
Si allevavano bovini, porci, ovini, caprini e pollame. A caccia potevano andare solo i nobili, come ricordano anche le sculture del fonte battesimale. Dalla montagna, in cave a cielo aperto, ma anche in gallerie che venivano scavate per trovare il filone giusto, si estraeva la pietra ollare, che veniva lavorata al tornio per produrre olle e laveggi. Certamente numerosi erano gli infortuni e i casi di silicosi, anche se non si conosceva questo nome.
Nel 1335 i Visconti, che erano signori di Milano, si impadronirono di Como e del territorio che ne dipendeva. Anche la Valchiavenna finì per diventare viscontea e, agli inizi del Quattrocento, per denaro, fu data in feudo ai conti Balbiani di Varenna. Essi amministrarono il contado fino al 1447, quando Milano ebbe una breve esperienza repubblicana. I piuraschi ne approfittarono per chiedere piena autonomia da Chiavenna per quanto attineva la giurisdizione civile e penale. Mandarono loro ambasciatore Baldassarre Vertemate, che se ne tornò con tanto di autorizzazione per il comune ad usare una bandiera con la figura di sant'Ambrogio, croce rossa e il motto "Libertas", su campo bianco. Finì la repubblica, tutto tornò come prima e in Valchiavenna rientrarono i Balbiani.
Intanto gli abitanti del vicino Oltralpe cullavano il desiderio di mettere le mani sulle valli meridionali confinanti e aspettavano il momento più opportuno per realizzare questo sogno. Chiavenna venne circondata da mura. I lavori si protrassero dal 1488 al 1497, dopo che i Grigioni avevano invaso e saccheggiato la Valchiavenna. Il 22 marzo 1477 gli Sforza avevano concesso ai chiavennaschi di "fortificare quello passo de l'aqua de Lovero" e li esortavano "ad conzar al ponte, o ponti sopra el fiumo" come aveva indicato il tecnico ducale Nicolò da Tolentino.
Poca acqua passò sotto questo ponte prima che i Grigioni tornassero alla carica. Il ducato milanese era andato a ramengo: via Ludovico il Moro, erano venuti i Francesi. Nelle valli dell'Adda e della Mera essi lasciarono cattivi ricordi. Tanto che, quando nel 1512 calarono gli eserciti delle Tre Leghe, ci fu quasi un applauso generale. Gli invasori furono accolti come liberatori. Eppure se la facevano da padroni e i valchiavennaschi erano i sudditi; ma tutto filò liscio fino al 1797, quando il territorio dell'attuale provincia di Sondrio ottenne di essere annesso alla Repubblica cisalpina. Quasi tre secoli di occupazione, con una breve pausa tra il 1620 e il 1639. I dominatori erano stati scacciati e, in Valtellina, parecchi protestanti furono trucidati. A Chiavenna l'allontanamento dei funzionari e dei protestanti non fu cruento. Si credeva che dovessero seguire libertà e autodeterminazione. Invece seguì il caos.
Quei due decenni furono tra i più sofferti della storia della Valchiavenna, presa in una girandola di avvenimenti che le erano estranei e che le capitarono tra capo e collo per gli interessi delle grandi potenze su questo passaggio tra le Alpi. La popolazione provò la miseria più nera, seppe che cosa era la carestia estrema e vide la morte entrare nelle case con la pestilenza. Questa fu un "regalo" portato dai lanzichenecchi che, nella marcia verso Mantova, dovettero fermarsi in valle, perché Milano tergiversava nel dare il passo sul suo territorio. Se ne videro di cotte e di crude, come si usa dire. Gli eserciti non sono processioni di pii pellegrini; non lo furono neppure quelli dei crociati in Terrasanta. La ciurmaglia dei lanzi, forse sarebbe meglio parlare di accozzaglia, non era di santi: quindi violenze, saccheggi, stupri. Allora, come oggi, purtroppo.
Il Cinquecento fu, complessivamente, un periodo felice: prospero per commercianti e possidenti che ci sapevano fare e non di fame per la povera gente. Le famiglie, che avevano basi economiche solide, capacità di iniziativa e di organizzazione, sfruttarono la loro imprenditorialità. Accumularono discrete ricchezze. Piuraschi intraprendenti erano a far affari nei principali centri commerciali europei, mentre i poveracci delle frazioni se ne andavano per il mondo a fare i lavori più umili. Si tirava a campare e si faceva campare anche la famiglia che era rimasta in valle. La fede era tanta che si mettevano da parte anche denari per donare paramenti, arredi e vasi sacri alle chiese.
Sempre nel Cinquecento, dopo l'editto di tolleranza religiosa del 1526, trovarono ospitalità in Valchiavenna e in Valtellina gli italiani che avevano lasciato i loro paesi per sfuggire i tribunali inquisitoriali per motivi di fede. La riforma evangelica, con alcune manifestazioni iconoclastiche che hanno aiutato a ridurre il patrimonio artistico locale, venne dal meridione, favorita dalle autorità del nord. Un decreto grigione del 1557 imponeva alle comunità di assegnare agli evangelici una chiesa: o se ne costruiva una tutta nuova per loro, o si cedeva una delle esistenti, o si usava in "condominio" quella che c'era.
Oltre il Lovero, in quella che oggi diciamo Bregaglia svizzera, la riforma protestante si era ormai affermata per la predicazione di Bartolomeo Maturo, Giulio della Rovere, Giulio Zonca, Pier Paolo Vergerio, per ricordare alcuni tra i più noti. Anche gli abitanti di Castasegna, seguendo l'esempio di quelli di Soglio, aderirono alla Riforma. La "parola" veniva predicata nella chiesetta di S. Giovanni Battista. L'oratorio, ancora oggi molto raccolto, era soffittato a capriate. Il presbiterio venne ingrandito successivamente. La campana segnò per secoli il tempo della preghiera, prima di indicare le ore dello studio e della ricreazione agli scolari della scuola, che si teneva sopra la chiesa fino al 1879. Nel camposanto alcune vecchie lapidi tombali ricordano personaggi del paese e funzionari grigioni. Qui trovarono sepoltura anche alcuni chiavennaschi protestanti dopo che, con il trattato di Milano del 1639, si era stabilito che in Valchiavenna e in Valtellina l'unica religione ammessa era quella cattolica. I protestanti di Chiavenna furono costretti a salire a Castasegna per il loro culto; l'antica chiesa era troppo piccola, per cui se ne costruì una nuova che venne dedicata alla Trinità. Sull'architrave si legge: DEO TRI-VNI COGNITO MDCLX.

Sulle case che si affacciano sulla strada principale, che ha conservato le dimensioni di quando vi correvano, per modo dire, i carri e le diligenze, si leggono delle scritte interessanti. Testimoniano la fede di chi volle quegli edifici e l'attaccamento alla lingua italiana. Anche sui portali di palazzi di Chiavenna ci sono scritte, ma sono frequentemente in latino. In Bregaglia sono prevalentemente in lingua volgare, perché le sacre scritture venivano lette in versione italiana. "Laudate il Signore", "Temete Dio e dategli gloria". "In nome di Dio e per sua volontà" si costruivano le case e anche le stalle a Castasegna. Ma su un architrave del Settecento si trova anche un augurio in latino: "Pax eintrantibus et salus exeuntibus" (pace a chi entra e salute a chi esce).
Per assaporare la bellezza di questo paesino di frontiera, occorre lasciare la strada cantonale con i miasmi e i rumori del traffico e percorrere i viottoli selciati che salgono verso la montagna e che scendono verso la Maira. Fuori dal tumulto della quotidianità si scoprono scorci di un tempo lontano. Nel lindore tipicamente svizzero di queste viuzze si è accompagnati dalla musica delle numerose fontane e degli abbeveratoi. Si scoprono fontane del 1843 che gettano fresche acque, lavatoi con i ripiani in legno su cui le massaie lavavano scambiandosi notizie, prima che venissero le lavatrici che hanno alleggerito il lavoro domestico, ma contemporaneamente intristito un po' la vita delle comunità, ammutolendo questi posti di socializzazione. Lo stare insieme, il chiacchierare, il dire bene e male del prossimo. Questo vizio, non solo in Bregaglia, non è scomparso, è cambiato solo il "tribunale" in cui si sputano sentenze e si tagliano i panni agli altri.
Nel Cinquecento nacquero due comunità protestanti anche a meridione del Lovero: una striminzita a Villa, che era detta di Piuro o più semplicemente Ponteggia dal nome di una frazione e una importante a Piuro. Qui nel 1597 si tenne una disputa sul sacrificio della messa. L'occasione era nata dalla contrapposizione tra il pastore protestante e il parroco cattolico. Il primo sosteneva che la messa non era stata istituita da Cristo e che nella sacra scrittura non se ne trovava cenno. L'altro affermava il contrario. Raccontare le vicende di quel dibattito, alla distanza di quattro secoli, sarebbe interessante, ma ci porterebbe lontano. Annoto solo che vi parteciparono teologi protestanti guidati da Giovanni Marzio che era pastore a Soglio e, sull'altro fronte, il famoso Giovanni Paolo Nazari che a Milano dirigeva il prestigioso studio del convento domenicano di S. Maria delle Grazie, quello dell'ultima cena di Leonardo.
Sempre nel Cinquecento il comune di Piuro fu diviso. Come Piuro aveva ottenuto la separazione da Chiavenna alcuni secoli prima, ora Villa pretese di far parte a sé. Era il 1584. Non fu un divorzio indolore e solo agli inizi del secolo successivo si ricomposero le tessere con la divisione dei beni immobili e con la definizione degli oneri che competevano a ciascuna delle due comunità.
L'episodio che mancò il Seicento fu certamente la peste, ma più ancora la tragedia che colpì Piuro sul finire dell'estate del 1618. Dopo una decina di giornate di pioggia torrenziale che preoccuparono gli abitanti del borgo, tornò il sereno. Il 4 settembre, secondo il calendario gregoriano (il 25 agosto secondo quello giuliano usato dai Grigioni che si erano rifiutati di far propria la riforma romana), dal monte Conto scese una frana che seppellì il paese con quasi un migliaio di abitanti. In pochi secondi si consumò una tragedia immane. La notizia fece scalpore in tutta Europa, anche se i mezzi di comunicazione erano lenti.

Del ricco borgo si salvò assai poco. Eppure c'erano stati segni premonitori: inquietudine delle bestie che erano in montagna, la fuga delle api che andarono ad accopparsi vicendevolmente in quel di Villa, fessure nel terreno, piante che si erano inclinate. Ma quando gli dei vogliono perdere i mortali, li rendono ciechi.
Per fortuna nostra non venne spazzato via il palazzo che Guglielmo e Luigi Vertemate Franchi si erano fatto costruire a Cortinaccio. E' una testimonianza, con poche altre, della magnificenza del borgo e della sensibilità artistica di una famiglia "vip" che sapeva usare il denaro per darsi dimore quasi principesche.
Il disastro non toccò le frazioni periferiche di Prosto, di Crana, di Savogno, di Draogo, di S. Croce. Si persero anche esperienze professionali fondamentali per l'economia locale, tra le quali quella della escavazione e della lavorazione della pietra ollare.
Villa, che si era resa autonoma pochi decenni prima, non ne ebbe danno. Questo comune era costituito dai nuclei abitati di Puri, Bondea, Teiedo, S. Barnaba, Canete, Luzolo e Giavera sul versante a bacìo, dove il sole manca per diversi mesi dell'anno. Sotto questo aspetto erano un po' più fortunate le frazioni sulla sponda opposta: Case Scattoni, Case Foratti, S. Sebastiano, Ponteggia, Pereto, Serta e S. Eusebio. Alcuni di questi nomi compaiono già in pergamene poco più giovani dell'anno Mille. Se a Piuro nel 1628, dopo la frana, gli abitanti erano ancora 823 (228 a S. Abbondio, 245 a Prosto, 210 a Savogno e 140 a S. Croce), a Villa nel 1668 si contavano 164 famiglie e 887 anime. Nel 1692 la parrocchia ottenne il titolo di prevostura. Primo prevosto fu Giovanni Battista Crollalanza che ebbe a begare sia con il comune sia con le autorità grigioni. Mentre egli era parroco, anche con il suo contributo economico si cominciarono i lavori di costruzione della nuova chiesa di S. Sebastiano.
Parecchi abitanti di Villa in quell'epoca emigravano a Venezia, Napoli, Palermo, Mantova e Roma.
Un Antonio Danallo di Case Foratti, che era nato nel 1652, se ne era andato fino in Spagna, poi in Portogallo e in America. Tornato in Portogallo, prese moglie e diventò sempre più ricco. Lui, per quanto si sa, non mandò regali alle chiese del suo paese. Ma per decisione degli emigranti a Venezia venne costruita la chiesetta dedicata alla Madonna della Salute di Chete, benedetta nel 1716. Una piccola cosa rispetto alla grande basilica veneziana. Nello stesso secolo fu costruita la chiesa di Canete e venne ristrutturata quella di S. Barnaba.

Nel 1797 i comuni della Valchiavenna, seguendo l'esempio di quelli valtellinesi, decißsero l'annessione alla repubblica cisalpina. La Val S. Giacomo e Villa fecero partito a sé. Non ci sentivano di andare con i francesi e con i lombardi e chiesero di essere accolti nella repubblica grigione. Villa ebbe l'onore, o il demerito, di farne parte per pochi giorni. Il commissario Aldini, per tenere unito l'ex contado di Chiavenna nelle scelte francofile, minacciò di far ricorso alle armi. E di fronte alle intimidazioni Villa decise l'adesione alla repubblica cisalpina. Ma anche i Bregagliotti confederati avevano le loro beghe interne e soltanto nel 1879 riuscì a Castasegna di liberarsi dei vincoli che aveva con Soglio. Per anni, se non per secoli, avevano litigato, quasi sempre in modo elegante.
Il confine vecchio di secoli del Lovero divenne sempre più invalicabile, sia per i commerci, sia per lo scambio culturale.
Oltre alle diffidenze dovute alle diverse confessioni religiose, le situazioni politiche resero questa demarcazione tra il regno e poi la repubblica italiana con la confederazione elvetica sempre più marcata. In questi ultimi decenni la mentalità, da una parte e dall'altra, è mutata e gli scambi culturali tra le due realtà politiche sono sempre più vivaci, con un vicendevole arricchimento.
Carità di patria mi spinge a far passare in secondo piano, senza sottacerlo, il fenomeno del contrabbando, che fu certamente importante per l'economia sia di Castasegna, sia dei villaschi, soprattutto in periodi di vacche magre. Il trasporto fuori legge delle merci permise negli anni "eroici" la sopravvivenza di famiglie che vivevano nella miseria, ma fu anche occasione di incidenti tragici, che contarono vittime sia tra i contrabbandieri, sia tra le giovani guardie di finanza. Per rendersene conto, basta scorrere le pagine dei settimanali di questo secolo e della fine dell'Ottocento.
Ora tutto è cambiato. Tra pochi anni il traffico commerciale e turistico passerà sul fondovalle, in prossimità del corso della Mera. Castasegna tornerà un tranquillo villaggio, dove andare alla ricerca dei segni del passato, dove ascoltare la musica dell'acqua delle fontane. Forse si avrà la fortuna di incontrare qualche saggio che racconterà ancora storie di streghe e di stregoni. Oppure della leggendaria scelta dei giovani che a Soglio decisero di mandare a casa il prete per prendersi un pastore. O ancora di ricordare il pittore Varlin (Willy Guggenheim), i Giacometti e in particolare Alberto che con la sua arte ha portato il nome della valle nel mondo. Non so se qualcuno farà anche il nome dello scorbutico Giovanni Andrea Scartazzini, che a me è tanto caro per i suoi studi su Dante. E una memoria è rimasta di quanti seppero conquistare la montagna, come sotto il Lovero si ricordano persone che con impegno civile seppero coltivare l'amicizia con la vicina Elvezia. Ricordiamo Giovanni Bertacchi e l'amico Luigi Festorazzi.

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